LA PARVOVIROSI

LA PARVOVIROSI CANINA

La parvovirosi canina è una delle malattie più conosciute fra le patologie canine, è stata studiata per la prima volta negli anni 70 ed è una delle patologie con più alto tasso di mortalità.
Essa è diffusa in tutto il mondo data la facilità di trasmissione, poiché il virus che la porta (DNA-virus) si annida nell’ambiente e può sopravvivere per lunghi periodi, esso appartiene alla famiglia Parvoviridae (che comprende anche il virus della panleucopenia del gatto e della gastroenterite del visone)e colpisce i canidi; è detto CPV-2 e si distingue in CPV-2 a  e CPV-2 b. Ne esiste anche un altro, chiamato CPV-1 che provoca forma lieve o grave di dissenteria e provoca solitamente la morte del cucciolo perché colpisce quando esso ha una settimana di vita, ma il più temuto e conosciuto resta il primo, di cui parlerò in questo articolo.
Come accennato il virus si annida nell’ambiente ed ha una forte resistenza (resta anche sui vestiti per mesi); viene disseminato tramite i fluidi organici di animali infetti (vomito, saliva, feci e urina) quindi contratto dal cane sano tramite via orale, con ingestione o semplice contatto delle mucose con materiale (anche semplici oggetti) infetto (modalità di trasmissione che viene detta “orizzontale”, la più comune).
Esiste poi la modalità di trasmissione verticale, ovvero quando la madre infetta contagia il feto.
L’incubazione della malattia va da un minimo di 7 giorni ad un massimo di 14 giorni e colpisce maggiormente i cuccioli fra i 30 e i 90 giorni di vita, anche se in pratica il virus può colpire cani di tutte le età, indipendentemente dal sesso e dalla razza.
Principalmente il virus attacca le cellule in intensa replicazione quindi l’apparato gastroenterico del cane o, con minore frequenza, il cuore e inizialmente può avere un decorso anche lieve, anche se nei cuccioli il cui sistema immunitario è ancora in fase di formazione, è spesso mortale.
Quando si manifesta con gastroenterite emorragica il virus penetra nel naso e/o nella bocca e comincia a replicarsi nelle tonsille, invade quindi il sistema circolatorio e infine milza, timo, linfonodi e intestino tenue, portando la necrosi dei tessuti.
L’eliminazione del virus con le feci inizia già dopo 3-4 giorni e continuerà per 40 giorni dopo la guarigione.
I sintomi principali sono: vomito (anche molto grave), diarrea spesso con forte presenza di sangue, disidratazione forte, febbre anche molto alta, inappetenza, leucopenia (diminuzione dei globuli bianchi).
La morte può avvenire in pochissimi giorni a causa anche di infezioni secondarie e, sempre per questo motivo (anche se in casi rari) ci possono essere sintomi neurologici.
Meno frequente è la forma cardiaca della malattia, la miocardite, che spesso viene trasmessa dalla madre ai feti e che comunque colpisce prevalentemente i cuccioli di età inferiore alle 8 settimane, esso provoca insufficienza cardiaca, conati di vomito, dissenteria e dispnea (difficoltà respiratoria). E’ mortale e solitamente colpisce tutta la cucciolata.
In entrambe le forme il cucciolo presenterà addome teso e retratto, schiena inarcata, si muoverà a fatica o non vorrà muoversi affatto, accomunati ai sintomi elencati in precedenza si dovrà procedere alla diagnosi tempestiva tramite esami del sangue (emocromocitometrico, che evidenzierà una carenza di globuli bianchi marcata) mentre la diagnosi virologica si effettua tramite l’esame delle feci, i test di emoagglutinazione , ELISA , PCR e  immunocromatografia.
Purtroppo non esiste una terapia specifica per curare questa malattia ed è questo il motivo per cui la vaccinazione è fondamentale: una volta diagnosticata la malattia, il veterinario procederà somministrando liquidi in modo da sovrastare la forte disidratazione e potrà aiutare il cane a combattere il virus con antibiotici (per reprimere le infezioni secondarie) e antiemetici (farmaci per bloccare il vomito), il cane malato va isolato e tenuto al caldo e vanno fatti ripetuti esami del sangue per controllare l’andamento dei globuli bianchi. In casi gravi si possono somministrare anche sieri iperimmuni, che aiutano a combattere le endotossine  e cortisonici per abbassare la temperatura e prevenire o trattare lo shcok.
Se il cane supera la fase critica si dovrà poi porre molta attenzione alla dieta, poiché l’ intestino dopo una parvovirosi ha bisogno di molto tempo per riparare i danni fatti dal virus, tanto che può succedere che il cane continui ad avere problemi di assorbimento per il resto della sua vita, dato che i villi intestinali una volta necrotizzati non si rigenerano più.

N.d.A: A questo proposito ricordo infatti che il mio primo cane, ammalatosi di gastroenterire intorno ai 5 mesi d’età, continuò a soffrire di disturbi legati a stomaco e intestino per tutta la vita e fu costretto a seguire una dieta molto severa.
Proprio a causa della mancanza di farmaci appositi per curarla, bisogna quindi combattere questa malattia ad alto tasso di mortalità con la prevenzione quindi:

-mantenere un alto livello igienico degli ambienti (dopo un’ infestazione del virus la candeggina è un ottimo prodotto per disinfestare)

-vaccinare il cucciolo, con ceppi di CPV-2 in grado di stimolare l’immunità, con due iniezioni ad intervalli di 3 settimane, in genere da fare fra le 6 e le 9 settimane di vita.

-vaccinare la cagna in modo che tramite il colostro, in allattamento, permetta ai cuccioli di assumere gli anticorpi che li proteggerà fino alla somministrazione dei vaccini.

Naturalmente bisognerà evitare di portare in giro il cucciolo finché non è completamente vaccinato, e anche dopo essere stato vaccinato, bisogna comunque fare molta attenzione a dove lo si porta a spasso, evitando il più possibile di portarlo in zone a rischio (ad es. prati e aree cani) nelle prime settimane dopo il vaccino, evitandogli sempre il contatto con cani di cui non si conosce perfettamente lo stato di salute.
E’ del dicembre del 2012 la notizia dell’individuazione di un nuovo virus mutato geneticamente scoperto nel Lazio, il nuovo virus sembrerebbe portato dai corvi e ha messo in allarme l’ASL veterinaria soprattutto per l’alta possibilità di contrarre la malattia da parte dei numerosi randagi della zona di Roma.